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IN PARTICOLARE, L'ULTIMA CENA
IL RESTAURO DEL CENACOLO



Per descrivere la storia del Cenacolo, delle sue vicissitudini, è necessario prendere in considerazione la storia dei suoi restauri; l'opera, infatti, iniziò a deteriorarsi molto presto, e già nel Seicento si cominciò a intervenire per cercare di contenere le prime cadute di colore.
L'artista in merito alla scelta della tecnica con la quale eseguire l'Ultima Cena si orientò verso la sperimentazione, di sicuro più consona alla sua indole curiosa.
L'invenzione leonardesca consistette nel trattare la parete come un dipinto su tavola, procedendo per velature sovrapposte che gli consentirono non solo una realizzazione più meditata, ma anche la possibilità di creare un maggior numero di passaggi tonali, sfumature ed effetti chiaroscurali. Il risultato complessivo, ricco di dettagli infinitesimali, era difficilmente ottenibile con la tecnica tradizionale del “buon fresco”.
Quest'ultima prevede, infatti, la stesura del colore quando l'intonaco è ancora umido cosicché il pigmento durante la fase di asciugatura, per un processo chimico, si lega alla malta di calce divenendo indelebile e resistente all'acqua e alla luce. Questo procedimento avrebbe però obbligato Leonardo a una grande rapidità di esecuzione con la quale egli aveva poca familiarità.
La raffinatezza della tecnica impiegata da Leonardo tuttavia, si rivelò estremamente fragile all'oltraggio del tempo, dell'umidità e degli agenti atmosferici.
La pellicola di colore iniziò dunque a fratturarsi in numerose scaglie, paragonabili a piccole isole dai bordi sollevati, lasciando spazio per l'inserimento di polvere e sporco, nonché a un generale indebolimento della superficie pittorica che portò presto alla caduta di frammenti di colore ai piedi del dipinto e conseguentemente a parti lacunose.
Fu compito dei restauri più antichi integrare le parti mancanti con ridipinture, funzionali a completare queste zone al fine di salvaguardare la leggibilità dell'opera. Tali interventi, tramutatisi in qualche caso in modifiche, se non in libere interpretazioni, lontane dalle intenzioni dell'autore pur compiuti con l'intento del risanamento, si rivelarono alla prova del tempo, anche a causa dell'utilizzo di tecniche e materiali inadeguati, irreversibili e estremamente dannosi per la conservazione complessiva dell'opera.
A questo problema di base si aggiunsero eventi esterni: sotto la figura di Cristo venne ampliata la porta che consentiva l'accesso alle cucine poste nella sala retrostante il muro che ospita la Cena, il che rese mutila una porzione del dipinto in corrispondenza dei piedi di Cristo. Per un certo periodo la sala venne usata come stalla e ospitò truppe militari francesi irrispettose dell'opera del genio fiorentino. Infine il 16 agosto 1943, nel corso della seconda guerra mondiale, il convento di Santa Maria delle Grazie venne bombardato e il refettorio rimase fortemente danneggiato, cadde l'intera parete orientale e il Cenacolo si salvò, anche grazie a un sistema di protezione che lo preservò dalle schegge e dall'onda d'urto.

IL RESTAURO CONSERVATIVO

Negli anni successivi al secondo conflitto mondiale Mauro Pelliccioli effettuò un restauro estetico che fece parlare di una rinascita del capolavoro, in realtà anch'egli aveva proceduto lavorando sopra le ormai storicizzate ridipinture sette e ottocentesche.
L'ultimo intervento sull'Ultima Cena è quello iniziato nel 1977 e terminato nel 1999 dalla restauratrice Pinin Brambilla Barcilon, con il supporto scientifico dell'Istituto Centrale per il Restauro. Alla scelta di far riaffiorare la Cena pensata e voluta da Leonardo, eliminando tutte le antiche sovrapposizioni, si contrapponeva la difficoltà di rimuovere la materia degli antichi “rimedi riparatori” senza rischiare di asportare brani di colore autentico. Al di sotto degli interventi storici e delle manomissioni era ancora possibile ritrovare la cromia originale del dipinto riottenuta centimetro per centimetro nel corso del paziente recupero. Questo restauro, dunque, ha saputo sapientemente restituirci parti offuscate dal tempo, finalmente liberate dallo sporco e dalle numerose ridipinture sovrapposte alla colore originale nel corso di tutti i precedenti interventi.
Alcuni brani sono riemersi nella loro autenticità, ad esempio la figura di Matteo (il terzo da destra) che prima mostrava una sorta di barba che ne prolungava il mento, ha rivelato invece la regolarità classicheggiante del profilo. È stato possibile rimettere in luce la decorazione floreale del primo arazzo a sinistra sulla parete a lato della scena: una delicatissima decorazione su campo nero di fiori disposti in modo regolare, ispirati a stoffe pregiate di epoca rinascimentale. Nella tovaglia sono state messe in luce le pieghe della stiratura fresca, uno degli aspetti che già i contemporanei avevano ammirato. Mirabile anche la restituzione a uno stato vicino all'originario dei riflessi di colore gettati dai vestiti degli apostoli su alcuni piatti e bicchieri in una complessiva luminosità e respiro spaziale in cui si riconosce il Leonardo dei dipinti su tavola.
Oggi un sofisticato sistema di salvaguardia della struttura museale, visitata ogni anno da centinaia di migliaia di persone, ha il compito di preservare da sbalzi termici e dalla penetrazione di agenti atmosferici dannosi per il dipinto, al fine di garantirne la visibilità e godibilità per le generazioni future.


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