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Michelangelo Buonarroti, Tondo Doni

Galleria degli Uffizi, Firenze

Opera

Autore: Michelangelo Buonarroti
Soggetto: Tondo Doni
Datazione: 1507 circa
Tecnica: tempera su tavola 
Misure: 120 cm (diametro senza cornice)
Collocazione: Galleria degli Uffizi, Firenze

Ripresa fotografica

IMMAGINE
Dimensione: 2.538.733.144 pixel (50162x50612)
Profondità di colore: 16 bit per canale
Data scatti: Luglio 2012
Numero di scatti: 247

ATTREZZATURE 
Fotocamera: Nikon D800E
Software di Acquisizione: Nikon Camera Control Pro 2
Software di Verifica e Postprocessing: Nikon Capture NX 2


CREDITS
Su concessione del Ministero per i Beni e le Attività Culturali
Si ringrazia la Soprintendenza Speciale per il Patrimonio Storico, Artistico ed Etnoantropologico e per il Polo Museale della città di Firenze, la Direzione e il personale della Galleria degli Uffizi
- Riproduzione vietata -

Tiziano Vecellio, Venere di Urbino (1538)

Galleria degli Uffizi, Firenze

La Sindone e Haltadefinizione : le riprese del 2008

Tra il 22 e il 23 gennaio 2008 Haltadefinizione® è stata impegnata nella ripresa fotografica in alta definizione del Telo della Sindone. Nel corso di un'apertura straordinaria del sistema di conservazione, su autorizzazione dell'allora Custode della Sindone Card. Poletto, in accordo con la Santa Sede, Haltadefinizione® è stata autorizzata all'acquisizione digitale in altissima definizione dell'immagine della Sindone.
Le riprese di Haltadefinizione® rappresentano un traguardo molto importante nella documentazione della Sindone: l'intera superficie del telo è stata ripresa utilizzando un'avanzata tecnica fotografica in alta definizione. Un processo molto simile, su scala ridotta, al principio del rilevamento topografico del territorio.
L'immagine raggiunge una risoluzione ottica senza precedenti che permette di cogliere dettagli non visibili a occhio nudo, fino a distinguere nitidamente i singoli elementi che compongono la fibra con la quale è tessuto il telo: filamenti del diametro di pochi centesimi di millimetro.
Ma la ripresa fotografica della telo, ha richiesto un'attenta gestione degli aspetti più critici del progetto. Il movimento in sicurezza del sistema di ripresa è stato gestito per mezzo di un carrello scorrevole su binari paralleli alla teca. Il sistema di illuminazione è stato appositamente realizzato per filtrare qualsiasi emissione di radiazioni dannose per il telo e una particolare attenzione è stata dedicata alla calibrazione dello spettro cromatico, elemento che ha consentito di riprodurre fedelmente le tonalità sia del tessuto sia dell'immagine sindonica.

Tutte queste precauzioni hanno permesso di ridurre al minimo il rischio di lesioni e contaminazione della Sindone. 1649 scatti fotografici, ognuno dei quali rappresenta un'area delle dimensioni di un biglietto da visita, hanno consentito di generare un'unica immagine di 12 miliardi di punti archiviata in un singolo file di 72 Gigabytes, pari al contenuto di 16 DVD.
Per riprodurre l'intera immagine al massimo livello di ingrandimento, sarebbe necessario disporre di un gigantesco telo delle dimensioni di 68 metri di base e 18 di altezza.
La fotografia digitale in alta definizione, prodotta da Haltadefinizione®, è lo strumento indispensabile per gli studiosi per poter accedere in qualsiasi momento alla visione ravvicinata del telo e consentire lo studio e l'elaborazione in tempo reale dell'immagine.

Palazzo Besta, Ciclo dell'Ariosto (1550)

Teglio, Valtellina (Sondrio)

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Opera

Il Salone d'Onore si trova al primo piano di Palazzo Besta e rappresenta l'ambiente più prestigioso dell'edificio. Le pareti sono decorate con 21 riquadri raffiguranti alcune scene tratte dall'Orlando Furioso dell'Ariosto, la cui realizzazione ricoprì affreschi precedenti costituiti da motivi vegetali che si possono ammirare, grazie agli ultimi restauri, sulla porzione di parete adiacente al camino. Recenti studi hanno individuato l'edizione a stampa del capolavoro ariostesco a cui si ispirò l'anonimo artista che mise mano alla decorazione della sala: si tratta del volume dell'Orlando Furioso stampato a Venezia nel 1542 da Giolito de Ferrari. Data la vivacità culturale della corte dei Besta, non è difficile pensare che proprio nella loro biblioteca potesse trovarsi una copia di questo volume di cui oggi si conserva un esemplare del 1547 presso la Biblioteca Braidense di Milano. D'altra parte l'esistenza di altri due cicli con il medesimo soggetto, uno presso casa Valenti a Talamona, l'altro presso Castel Masegra a Sondrio, dimostra il forte interesse delle corti del tempo per la letteratura ariostesca e permette di collocare le pitture di Teglio intorno al 1550.
Il Salone d'Onore di Palazzo Besta, per completezza e stato di conservazione, rappresenta un esempio insuperato. Le scene illustrano in modo veloce e dinamico le storie di alcuni personaggi del poema, soprattutto eroine, le cui vicende sono in alcuni quadri rappresentate sotto forma di allegorie del mondo e dei sentimenti umani.

Ripresa fotografica

IMMAGINE
Dimensione media di ciascun quadro: 771.225.468 pixel (27.052 x 58.509)
Profondità di colore: 16 bit per canale
Scatti: eseguiti nel giugno 2008
Numero di scatti: 2250

ATTREZZATURE
Fotocamera: Nikon D2Xs
Software di acquisizione in tempo Reale: Nikon Camera Control Pro
Software di Verifica e Postprocessing: Nikon Capture NX
Dispositivo di puntamento: Testa Panoramica Motorizzata - CLAUSS Rodeon VR

CREDITS
In collaborazione con il MINISTERO PER I BENI E LE ATTIVITÀ CULTURALI - Soprintendenza per i Beni Architettonici e Paesaggistici di Milano

Contesto storico

Palazzo Besta, dimora rinascimentale tra le più belle e meglio conservate della Valtellina, deve la sua notorietà alle campagne decorative intraprese dai Besta nel corso del XVI secolo. Questi erano divenuti signori incontrastati della valle dopo aver acquistato gli ampi terreni posseduti dal vescovo di Milano, compreso il castello di Teglio.
Nel 1508 Azzo Besta morì senza veder nascere il figlio Azzo II. La moglie Ippolita si risposò con Andrea Guicciardi di Ponte, uomo di elevata cultura il cui potere crebbe rapidamente grazie ad una oculata amministrazione degli affari di famiglia. La formazione umanistica di Andrea Guicciardi, divenuto rettore presso l'Università di Pavia, influì sull'educazione del giovane Azzo II che, insieme alla moglie Agnese Quadrio, si circondò presto di una corte vivace e frequentata da artisti, intellettuali, letterati.
Palazzo Besta, costruito intorno al grande cortile centrale e aggiornato al più moderno linguaggio architettonico dell'epoca, venne decorato con affreschi che testimoniano la cultura dei suoi frequentatori. Oltre al Ciclo dell'Ariosto, dipinto sulle pareti del Salone d'onore, altre raffigurazioni pittoriche attingono a piene mani ai classici della letteraratura, come è il caso delle scene tratte dall'Eneide affrescate all'interno del cortile principale, tema ricorrente anche in altri palazzi rinascimentali (Bologna, Sabbioneta, Mantova).
A Carlo I, figlio di Azzo II, si deve invece la decorazione della Sala della Creazione, con affreschi ispirati alle storie della Genesi e con la controversa raffigurazione, sulla volta, della Terra Australis.
Non v'è dubbio che questo tipo di decorazione, insieme agli altri dipinti del Palazzo, ai portali classici, alle logge, alle finestre in ferro battuto, rappresentino in modo completo e attento la piccola e raffinata corte rinascimentale della famiglia Besta di Teglio.

Dettagli dell'opera

1- Nel quadro IV, per sottolineare che Gabrina e Filandro si sono trasferiti in Olanda, l'artista dipinge un nido di cicogne sul tetto della casa.

2- Nel quadro XVIII la cupidigia è raffigurata come un animale con orecchie d'asino, testa di lupo, zampe di leone e corpo di volpe. Tra coloro che si macchiano di questa colpa si possono riconoscere i potenti sovrani e il papa.


3- Sullo sfondo del quadro XI Dalinda, pentita per la sua cattiveria, viene accolta in convento. Da notare la maestria con cui vengono tratteggiate le piccole figure sullo sfondo del riquadro.


4- Nel quadro XXIV sono rappresentati alcuni degli oggetti persi dall'uomo sulla terra che Astolfo troverà sulla Luna. Serpenti con il volto di fanciulle, opera di falsari e ladri, una matassa di ami d'oro, simbolo dei regali fatti per  
    ingraziarsi i potenti, una serie di ciotole rovesciate che rappresentano l'elemosine prescritte nei testamenti e sacchi di monete e brocche infrante, simboli di altrettanti comportamenti non virtuosi.


5- Nel quadro X si può notare tutta l'abilità del pittore nella raffigurazione dei cavalli, qui rappresentati in diverse posizioni, spesso molto scorciate.

Descrizione quadri

1- Ciclo dell'Ariosto, Palazzo Besta, Quadro I (Canto XXI, 17-18)
Gabrina, moglie di Argeo, tenta di convincere Filandro, ferito e accolto in casa dall'amico, a diventare suo amante.

2- Ciclo dell'Ariosto, Palazzo Besta, Quadro II (Canto XXI, 20-24 e 28)
Gabrina racconta al marito Argeo che Filandro in sua assenza ha approfittato di lei. Il giovane, non colpevole, viene catturato e segregato in una torre.

3- Ciclo dell'Ariosto, Palazzo Besta, Quadro III (Canto XXI, 20-24 e 28)
Gabrina convince Filandro, ancora imprigionato, ad uccidere Morando il Bello, con la scusa che questi approfitti di lei durante l'assenza del marito Argeo. Filandro però, nell'intento di assecondare l'amata, uccide per sbaglio Argeo non riconoscendolo per via del suo travestimento.

4- Ciclo dell'Ariosto, Palazzo Besta, Quadro IV (Canto XXI, 58-59)
Dopo il matrimonio Gabrina e Filandro vivono in Olanda. Ma la donna si accorda con un medico per avvelenare anche il secondo marito.

5- Ciclo dell'Ariosto, Palazzo Besta, Quadro V (Canto IV, 58; V, 10-11 e 15-17; VI,5)
Dalinda, dama di Ginevra, accoglie in camera sua l'amante Polinesso. Questi però, è innamorato di Ginevra e chiede a Dalinda di aiutarlo a convincerla del suo amore.

6- Ciclo dell'Ariosto, Palazzo Besta, Quadro VI (Canto V, 19-22, 27-35)
Dalinda porge una finta lettera di Ginevra a Polinesso in modo che egli la possa poi mostrare ad Ariodante facendogli credere di essere davvero l'amante di Ginevra.

7- Ciclo dell'Ariosto, Palazzo Besta, Quadro VII (Canto V, 46-52)
Per ingannare Ariodante, Dalinda si traveste con gli abiti di Ginevra e si incontra con Polinesso. Ariodante, vedendo il tradimento dell'amata, si dispera ma è trattenuto dal fratello Lurcanio.

8- Ciclo dell'Ariosto, Palazzo Besta, Quadro VIII (Canto V, 53-57; VI, 5-6)
Ariodante, scoperto il tradimento, tenta il suicidio buttandosi nel mare. Pentitosi però torna a riva dove incontra un eremita.

9- Ciclo dell'Ariosto, Palazzo Besta, Quadro IX (Canto IV, 59-70; V, 63-65)
Lurcanio denuncia il presunto tradimento di Ginevra che viene condannata a morte. Compare anche Rinaldo che salva Dalinda dai sicari inviati da Polinesso.

10- Ciclo dell'Ariosto, Palazzo Besta, Quadro X (Canto IV, 63;V, 75, 83-86)
Il duello tra Lurcanio e un cavaliere sconosciuto viene interrotto da Rinaldo che, conosciuta la verità, si schiera dalla parte di Ginevra.

11- Ciclo dell'Ariosto, Palazzo Besta, Quadro XI (Canto V, 86-88; VI, 8-9, 14-16)
Rinaldo uccide Polinesso in duello. La vicenda si conclude con il matrimonio di Ginevra e Ariodante e il perdono da parte del re di Dalinda, che decide di entrare in convento.

12- Ciclo dell'Ariosto, Palazzo Besta, Veduta
Decorazione naturalistica sopra la finestra.

13- Ciclo dell'Ariosto, Palazzo Besta, Quadro XII (Canto X, 107, 112)
Angelica indossa l'anello magico che la rende invisibile e sfugge a cavallo di un piccolo drago rosso.

14- Ciclo dell'Ariosto, Palazzo Besta, Quadro XIII (Canto X, 114; XI, 2, 6-7)
Ruggero salva Angelica dalla rupe dell'Orca dove era progioniera e con lei fugge in groppa all'ippogrifo.

15- Ciclo dell'Ariosto, Palazzo Besta, Veduta
Decorazione naturalistica sopra la finestra.

16- Ciclo dell'Ariosto, Palazzo Besta, Quadro XIV
Episodi di donne ingrate in amore

17- Ciclo dell'Ariosto, Palazzo Besta, Quadro XV (Canto XLII, 64)
Rinaldo, venuto a conoscenza del matrimonio di Angelica con Medoro, è roso dalla Gelosia. In suo soccorso arriva lo Sdegno, rappresentato da un cavaliere misterioso armato di fiaccola.

18- Ciclo dell'Ariosto, Palazzo Besta, Veduta
Decorazione naturalistica sopra la finestra.

19- Ciclo dell'Ariosto, Palazzo Besta, Quadro XVI (Canto XIV, 82-84)
L'allegoria della Discordia è rappresentata da una donna dalle vesti variopinte, attorniata da avvocati, giuristi, accusatori e accusati.

20- Ciclo dell'Ariosto, Palazzo Besta, Quadro XVII (Canto XIV, 93)
Le personificazioni del Sonno, della Pigrizia, dell'Ozio, del Silenzio, dell'Oblio popolano la grotta del sonno.

21- Ciclo dell'Ariosto, Palazzo Besta, Quadro XVIII (Canto XXVI, 31-33)
La Cupidigia, un mostro con orecchie d'asino, testa di lupo, zampe di leone e corpo di volpe, fa strage dei potenti, soprattutto all'interno della Chiesa.

22- Ciclo dell'Ariosto, Palazzo Besta, Quadro XIX (Canto XXVI, 35-36)
La Cupidigia è uccisa da un cavaliere e da tre giovani che rappresentano i sovrani europei.

23- Ciclo dell'Ariosto, Palazzo Besta, Quadro XX (Canto VI, 63)
Ruggero sull'isola di Alcina incontra strani personaggi, tra cui un vecchio seduto su una testuggine.

24- Ciclo dell'Ariosto, Palazzo Besta, Quadro XXI (Canto XXXIV, 51-52, 67, 69, 73)
Astolfo, per recuperare il senno di Orlando, si reca sulla Luna con il carro infuocato guidato da San Giovanni. Alcuni degli oggetti che gli uomini perdono sulla Terra sono rappresentati sotto il carro.

Curiosità

L'Ariosto in Valtellina

Palazzo Besta conserva il più completo ed esteso ciclo di affreschi di tutta la Valtellina ispirato all'Orlando Furioso. Tuttavia la fortuna di questo capolavoro della letteratura anche in terre più provinciali come quelle prese in esame, è testimoniata dalla presenza di altri due palazzi che presentano la medesima decorazione. Il primo esempio è Castel Masegra di Sondrio dove purtroppo la frammentarietà e la ridotta estensione degli affreschi non permettono di apprezzare lo splendore originale dell'opera. Non così invece a Talamona, dove si conserva un altro esempio di pittura ariostesca presso casa Valenti. Quest'importante palazzo situato nel centro storico del piccolo borgo di Talamona, presenta una facciata organizzata su più livelli decorativi: il più alto, appena sotto il tetto, è affrescato con sei riquadri posti tra le finestre che rappresentano altrettante scene tratte dall'Orlando Furioso. Il gusto antiquario che caratterizza tutta la facciata domina anche all'interno delle raffigurazioni, realizzate a monocromo, quasi si trattasse di un bassorilievo antico. I danni subiti dal tempo e dalle intemperie non impediscono in ogni caso di riconoscere tra i protagonisti delle vicende narrate negli affreschi Bradamante, Ruggero e Angelica, già incontrati nei piccoli riquadri di Palazzo Besta a Teglio.




Giotto di Bondone, Cristo crocifisso (1303-1305)

Musei Civici agli Eremitani, Padova

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Opera

Autore: Giotto di Bondone
Soggetto: Cristo crocifisso
Datazione: 1303-1305
Tecnica: tempera su tavola
Misure: 223 x 164 cm
Collocazione: Musei Civici agli Eremitani, Padova

La preziosa Croce lignea, oggi conservata presso i Musei Civici agli Eremitani di Padova, era in origine posizionata tra l’abside e la navata della Cappella degli Scrovegni. Essa era infatti parte integrante della ricca decorazione della chiesa e anche dal punto di vista stilistico presenta numerosi richiami agli affreschi della cappella di cui probabilmente è contemporanea. 
La preziosa tavola è bordata da una ricca cornice intagliata che, agli estremi, si apre in riquadri polilobati in cui vengono dipinti la Madonna, San Giovanni e nella parte superiore Dio Padre benedicente. La figura di Cristo crocifisso si staglia al centro, con la testa leggermente inclinata in avanti: Giotto dipinge con grande attenzione i lineamenti del viso e l'anatomia del corpo ma è la luce a definire i volumi attraverso un morbido chiaroscuro.
La disperazione nei gesti della Madonna e di San Giovanni richiama da vicino le scene di dolore della Passione di Cristo dipinte nella cappella ed è simbolo di quella religiosità commossa e partecipe che Giotto ricerca continuamente nella sua opera. 
Il retro della Croce è molto rovinato ma è possibile ancora leggere parte della decorazione. Al centro della tavola è dipinto il tondo con la raffigurazione dell'Agnello mistico. Sul retro dei quattro polilobi della Croce si trovano invece altrettanti tondi con i simboli degli Evangelisti. Le dimensioni della Croce di Padova sono assai ridotte rispetto ai precedenti fiorentini di Giotto e Cimabue: le piccole dimensioni e l'abbondante uso di oro e intarsi ne fanno un piccolo gioiello destinato ad impreziosire la già ricca decorazione della Cappella degli Scrovegni. 





Ripresa fotografica

IMMAGINE
Dimensione: 1.142.220.429 pixel (29.743 x 38.403)
Profondità di colore: 16 bit per canale
Data scatti: 17 dicembre 2008
Numero di scatti: 80

ATTREZZATURE
Fotocamera: Nikon D3
Software di Acquisizione: Nikon Camera Control Pro 2
Software di Verifica e Postprocessing: Nikon Capture NX 2


CREDITS


Giotto di Bondone (Firenze 1267 - 1337)

Il cantiere della Cappella degli Scrovegni rappresenta un momento di svolta nel percorso pittorico di Giotto.
All'inizio della sua attività, dopo i primi contatti con Cimabue, Arnolfo di Cambio e la cultura artistica romana, Giotto prende parte alla decorazione della Basilica di San Francesco ad Assisi: in particolare la critica ha individuato nelle Storie di Isacco della navata della Basilica Superiore il primo intervento personale e autonomo di Giotto. Ma è nelle Storie di San Francesco dipinte nella parte inferiore della navata che Giotto si afferma come artista ormai indipendente e di chiara fama. Giotto lavora alle storie francescane tra il 1288, anno dell'elezione al soglio pontificio di Niccolò IV, primo papa proveniente dall'ordine francescano, e il 1297.
Il successo ottenuto ad Assisi gli permette di ottenere importanti commissioni a Roma, presso Bonifacio VIII, e anche a Firenze, dove la sua presenza è documentata nel 1301. Sono gli anni del Crocifisso di Santa Maria Novella, del Polittico di Badia degli Uffizi, del Crocifisso del Tempio Malatestiano di Rimini: in queste opere approfondisce l'uso del colore, del chiaroscuro, dei volumi delle figure in rapporto allo spazio maturando il linguaggio già innovativo sperimentato ad Assisi. Il culmine di questo cammino è la decorazione della Cappella degli Scrovegni a Padova.
Giotto vi lavora tra il 1303 e il 1305 e la critica è pressoché concorde nell'attribuire al Maestro sia l'ideazione della struttura compositiva che la realizzazione degli affreschi che occupano l'intera superficie della cappella. Nel corso di questa campagna decorativa Giotto dipinge anche la Pala con Dio Padre in Trono, incastonata nell'arcone della Cappella, e la Croce lignea oggi conservate nel Museo degli Eremitani. Chiuso questo cantiere, fa ritorno ad Assisi dove dipinge gli affreschi della Cappella della Maddalena nella Basilica Inferiore, prima di recarsi a Roma (intorno al 1311) dove lavora al mosaico raffigurante la Navicella degli Apostoli nell'atrio della Basilica di San Pietro.
Negli anni seguenti Giotto è chiamato presso le più importanti corti e famiglie italiane: a Napoli, presso la corte angioina e a Milano, dove lavora per Azzone Visconti. Gli ultimi grandi affreschi realizzati dal Maestro si trovano a Firenze nella basilica di Santa Croce: le Scene della vita di San Giovanni Evangelista e di San Giovanni Battista presso la Cappella Peruzzi e le Scene della vita di San Francesco sulle pareti della Cappella Bardi. Negli ultimi anni della sua vita Giotto si cimenta anche nella progettazione del Campanile di Santa Maria del Fiore, la cui costruzione iniziò nel 1334, tre anni prima della sua morte.

Giotto di Bondone, Dio Padre (1303-1305)

Musei Civici agli Eremitani, Padova

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Opera

Autore: Giotto di Bondone
Soggetto: Dio Padre
Datazione: 1303-1305
Tecnica: tempera su tavola
Misure: 150x95 cm
Collocazione: Musei Civici agli Eremitani, Padova

La tavola raffigurante Dio Padre in trono era originariamente collocata nella parte superiore dell'arco trionfale della cappella degli Scrovegni.
Oggi è conservata presso i Musei Civici agli Eremitani di Padova ed è temporaneamente sostituita nella Cappella da una copia.
L'opera si inserisce all'interno della rappresentazione della Storia della Salvezza che si snoda tra gli affreschi della cappella: Dio Padre è raffigurato nell'atto di chiamare a sé l'arcangelo Gabriele per incaricarlo di scendere sulla terra ad annunciare alla Madonna che diventerà la madre del Salvatore.
La tavola era incernierata al muro e pertanto aveva originariamente una funzione di sportello: una sorta di finestra che veniva aperta nel corso delle particolari liturgie che ogni anno si tenevano all'interno della cappella in occasione della festa dell'Annunciazione.
La tavola è piuttosto danneggiata ma si può comunque cogliere l'intervento diretto di Giotto che dipinge con tratto veloce e sicuro il panneggio delle vesti e il volume della figura. Grande attenzione è posta poi nella decorazione in oro nelle bordure della veste e nella costruzione architettonica del trono la cui struttura evidenzia la forte l'influenza dell'arte classica e soprattutto dell'opera di Arnolfo di Cambio, citato direttamente da Giotto anche in numerosi particolari degli affreschi della Cappella.



Ripresa fotografica

IMMAGINE
Dimensione: 100.193.694 pixel (16.057 x 24.942)
Profondità di colore: 16 bit per canale
Data scatti: 17 dicembre 2008
Numero di scatti: 80

ATTREZZATURE 
Fotocamera: Nikon D3
Software di Acquisizione: Nikon Camera Control Pro 2
Software di Verifica e Postprocessing: Nikon Capture NX 2

CREDITS


Giotto di Bondone (Firenze 1267 - 1337)

Il cantiere della Cappella degli Scrovegni rappresenta un momento di svolta nel percorso pittorico di Giotto.
All'inizio della sua attività, dopo i primi contatti con Cimabue, Arnolfo di Cambio e la cultura artistica romana, Giotto prende parte alla decorazione della Basilica di San Francesco ad Assisi: in particolare la critica ha individuato nelle Storie di Isacco della navata della Basilica Superiore il primo intervento personale e autonomo di Giotto. Ma è nelle Storie di San Francesco dipinte nella parte inferiore della navata che Giotto si afferma come artista ormai indipendente e di chiara fama. Giotto lavora alle storie francescane tra il 1288, anno dell'elezione al soglio pontificio di Niccolò IV, primo papa proveniente dall'ordine francescano, e il 1297.
Il successo ottenuto ad Assisi gli permette di ottenere importanti commissioni a Roma, presso Bonifacio VIII, e anche a Firenze, dove la sua presenza è documentata nel 1301. Sono gli anni del Crocifisso di Santa Maria Novella, del Polittico di Badia degli Uffizi, del Crocifisso del Tempio Malatestiano di Rimini: in queste opere approfondisce l'uso del colore, del chiaroscuro, dei volumi delle figure in rapporto allo spazio maturando il linguaggio già innovativo sperimentato ad Assisi. Il culmine di questo cammino è la decorazione della Cappella degli Scrovegni a Padova.
Giotto vi lavora tra il 1303 e il 1305 e la critica è pressoché concorde nell'attribuire al Maestro sia l'ideazione della struttura compositiva che la realizzazione degli affreschi che occupano l'intera superficie della cappella. Nel corso di questa campagna decorativa Giotto dipinge anche la Pala con Dio Padre in Trono, incastonata nell'arcone della Cappella, e la Croce lignea oggi conservate nel Museo degli Eremitani. Chiuso questo cantiere, fa ritorno ad Assisi dove dipinge gli affreschi della Cappella della Maddalena nella Basilica Inferiore, prima di recarsi a Roma (intorno al 1311) dove lavora al mosaico raffigurante la Navicella degli Apostoli nell'atrio della Basilica di San Pietro.
Negli anni seguenti Giotto è chiamato presso le più importanti corti e famiglie italiane: a Napoli, presso la corte angioina e a Milano, dove lavora per Azzone Visconti. Gli ultimi grandi affreschi realizzati dal Maestro si trovano a Firenze nella basilica di Santa Croce: le Scene della vita di San Giovanni Evangelista e di San Giovanni Battista presso la Cappella Peruzzi e le Scene della vita di San Francesco sulle pareti della Cappella Bardi. Negli ultimi anni della sua vita Giotto si cimenta anche nella progettazione del Campanile di Santa Maria del Fiore, la cui costruzione iniziò nel 1334, tre anni prima della sua morte.