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Gaudenzio Ferrari nasce a Valduggia, in Valsesia, alla fine degli anni settanta del Quattrocento. Il legame del territorio valsesiano con il ducato di Milano risulta fondamentale per la formazione artistica del pittore. La prima opera attribuita a Gaudenzio è la tavola della Crocifissione conservata presso la Pinacoteca di Varallo Sesia, realizzata intorno al 1500. Si nota qui il legame con il maestro Stefano Scotti e con la cultura figurativa milanese. A Milano infatti entra in contatto con le opere di Bramantino ma soprattutto vede e studia i capolavori di Leonardo. L'ammirazione nei suoi confronti è tale che Gaudenzio, nel polittico della collegiata di Arona datato 1511, si firma "GAUDENTIUS VINCIUS". Nelle sue opere sono visibili diverse tracce dello studio dei disegni e delle opere di Leonardo, così come quello riservato alle incisioni di Dürer. Proprio nel polittico di Arona le soluzioni adottate da Gaudenzio per alcuni particolari, quali lo sfumato dei volti, le pieghe dei panneggi e la trasparenza dei colori, richiamano direttamente la tavola della Vergine delle Rocce del Louvre. Un viaggio a Roma compiuto dopo il 1505, completa la formazione di un artista molto recettivo e capace di fare proprie esperienze artistiche di diverso genere: nel centro Italia conosce le opere di Perugino, Signorelli, Bramante e Michelangelo, che entrano così a far parte del suo bagaglio culturale.
Ma la grande fortuna di Gaudenzio è legata soprattutto all'impresa della decorazione del Sacro Monte di Varallo Sesia, dove realizza sia gli affreschi che le statue delle cappelle. Nel 1507 affresca la cappella dell'Immacolata (oggi dedicata a S. Margherita da Cortona) nella chiesa di Santa Maria delle Grazie ai piedi della collina e nel 1513 porta a termine la decorazione del tramezzo della medesima chiesa con gli affreschi delle Storie della vita di Cristo. Parallelamente ai lavori in Valsesia, Gaudenzio ottiene alcune importanti commissioni a Novara, dove nel 1514 dipinge il grande polittico per la basilica di San Gaudenzio, a Vercelli e Casale Monferrato. Uno dei suoi capolavori è certamente la decorazione della chiesa di San Cristoforo a Vercelli, ultimata nel 1534. Emerge la grande abilità compositiva di Gaudenzio, maturata dopo l'esperienza del Sacro Monte: qui infatti la pittura si intride "dell'inscindibile unità umana della scultura" (Giovanni Testori).
Negli anni trenta del Cinquecento Gaudenzio si riavvicina a Milano. Nella cupola del santuario di Saronno (1535-1536) sviluppa ulteriormente quel dialogo tra pittura e scultura già sperimentato con successo nelle cappelle di Varallo. Dopo questo impegno si stabilisce definitivamente a Milano dove, partecipando ai lavori della Fabbrica del Duomo, entrerà in contatto con grandi artisti e personalità del tempo. Il confronto con il gusto dei nuovi committenti e con le novità del manierismo internazionale di Giulio Romano, giunto a Milano nel 1541, porterà ad una svolta nel linguaggio gaudenziano. Le opere di questo periodo sono caratterizzate da composizioni elaborate, in cui emerge una certa teatralità nei gesti e nelle pose dei personaggi. Tra le più importanti opere realizzate negli ultimi anni a Milano, dove Gaudenzio muore nel 1546, ricordiamo i lavori eseguiti per la cappella della Confraternita di Santa Corona in Santa Maria delle Grazie, quelli per la cappella Visconti in Santa Maria della Pace e l'Ultima Cena nella chiesa di S. Maria della Passione.
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I tramezzi affrescati: strumento per la predicazione francescana.
La presenza del tramezzo, quale divisorio tra lo spazio del popolo e quello dei frati, è tipica di un gruppo di chiese conventuali legate all'Osservanza francescana del Piemonte, della Lombardia e del Canton Ticino. Questo movimento di riforma nato all'interno dell'ordine dei francescani faceva capo a San Bernardino da Siena, che si impegnò attivamente per una seria riforma della vita comune all'interno dei conventi francescani, proponendo un ritorno all'umiltà e all'obbedienza di San Francesco. La struttura della chiesa ad aula unica con parete divisoria prende appunto il nome di "modulo bernardiano". Gli affreschi delle storie della vita di Cristo servivano per la predicazione dei frati, i quali utilizzavano le immagini per far comprendere maggiormente i loro discorsi e per stimolare il desiderio dell'imitatio Christi in chi li ascoltava. Non è un caso che le scene più rappresentate siano appunto quelle della Passione di Cristo: i fatti della Settimana Santa costituiscono il centro del Mistero dell'Incarnazione e pertanto erano l'oggetto principale e privilegiato della predicazione dei frati.
Uno sguardo innamorato all'opera di Gaudenzio: gli scritti di Giovanni Testori (scrittore, giornalista e critico d'arte; 1923-1993).
1.Il tramezzo di Gaudenzio
«Ecco la grande parete di Santa Maria delle Grazie; per la prima volta, dentro l'ampiezza della cultura, insorge la natura massiccia e popolare del pittore e il mondo che, a quella natura, compete di rappresentare; ed ecco apparire indicazioni precise e precisi riferimenti a quello che nella mente di Gaudenzio doveva essersi precisato, assai più dettagliatamente di prima, come il futuro Sacro Monte. [...] Messo di fronte all'impresa più vasta che fin lì gli era stata commessa, Gaudenzio sceglie, senza esitazioni, un modo di disporre arcaico; ancora non pienamente libero di far la regia per piani reali e non illusivi, egli preferisce riprendersi a una tradizione, diventata magari artigianale a paragone dei grandi avanzamenti dell'intelletto rinascimentale, ma nella quale avverte di poter trovare la chiave che lo immergerà nel pieno del discorso. Io credo che tale tradizione Gaudenzio l'abbia ripresa attraverso l'esempio che lo Spanzotti aveva dato ad Ivrea, ma lasciando che vi sottentrassero sensi e memorie più antiche; e, ad esempio, come ho sempre pensato, il moto diretto e l'accento drammatico dell'antico Jaquerio.
Una certa incongruenza tra il sapore d'antico che è nell'impostazione generale e le rimanenze intellettuali, molto più forti in alcuni riquadri che in altri, inducano a credere che l'esecuzione del ciclo non sia avvenuta d'un fiato; in tempi così decisivi per Gaudenzio qualche mese poteva bastare per mandare molto innanzi la situazione. [...]
Tuttavia quanto più cresce il pathos della vicenda, tanto più il moto prende e innerva le figure; e cioè dalla Cattura, che è un notturno incredibilmente presecentesco, all'Andata al Calvario, fino alla scena centrale della Crocifissione, dove Gaudenzio fa veramente la sua prima, grande prova di teatro popolare. Credo che proprio su questa Crocifissione, dove, per una più concreta verità scenica, alcune parti sono dipinte in aggetto, Gaudenzio puntasse per convincere, se mai ce n'era bisogno i frati e i Fabbricieri ad accettare il suo progetto e a iniziar l'opera; come dicendo: "Vedete? Il gruppo delle donne non sembra già scultura? E gli scudi? E gli elmi? E le lance? Ma lassù, dietro le croci e tutt'intorno, metteremo i pastori, i signori, voi, gli amici, mi ci metterò io stesso, le madri, la valle intera"; sempre che non sia stata l'opera medesima, con quell'appieno di sentimenti, a convincerli da sé».
Da Gaudenzio e il Sacro Monte, in Gaudenzio Ferrari, 1956, pp.27-29.
2.La Crocifissione di Gaudenzio: Sistina delle montagne
In questo capo d'opera, quale "punto di vista" egli ci mostra "Le cose; le figure; i visi; i bambini giocondi e bellissimi; i signorotti opimi; i cani; i cavalli; i cavalieri ; le madri; le ragazze ; i giovani; gli stendardi; le carni tenere, rosa; quelle tese e gonfie per troppa, vitale maturità; le barbe bianche; le capigliature così celesti, così "paradiso", da sembrar aureole... E tutto dato come nell'amplitudine d'un respiro che differenzia e accomuna. Cuori che battono; apprensioni; paure; ingorde alterigie; menti appannate dal troppo avere; spaventi; orrori; presagi; improvvise tristezze; malinconie. E quel riflettersi, in tutti, dell'agonia di chi muore e dello strazio di chi assiste. Un respiro; veramente. Ma che sale da oltre ogni tempo. Un tremito lontano che si tramanda di generazione in generazione. Gli anni d'un paese; le antichità di una valle; tempi e tempi di storia umana e dunque di sofferenza e di gioia, di letizia e di dolore. Tutto v'affiora come per una lievitazione secolare. Il pittore accarezza quest'antica materia. La porta, da quelle vetuste radici, a una giovinezza incredibile. Un miracolo. La primavera più ardente cresce così, e si diffonde, sul piano antico inverno. Le nubi bianche, gonfie e vaganti, sul limpido cielo della Valsesia. E quei giovani splendori che le trapassano, piangendo; urlando il loro dolore; accusando l'atto ingiusto e terribile che son chiamati a testimoniare, Quei verdi umili di rugiada. Quei bruni boschivi. Quei gialli, tra oro e paglia. E soprattutto quei rosa. Indicibile colore. Rosa in ogni umana gradazione; la più impercettibile; l'infinitesimale. Guance; fronti; palpebre; mani. Carne; ecco. Non più che così: carne. Ma a lungo conosciuta; infinitamente accarezzata ad amata. Carne sempre presente negli occhi e nel cuore del nostro grande Gaudenzio".
Da Elogio dell'arte novarese, 1962, p.23.





